Kaijuu no Kodomo: Recensione [Speciale Annecy 2019]

Questo articolo è dedicato a Massimo Soumaré, traduttore dell’opera originale in lingua italiana che potete trovare edita per Planet Manga, e a tutti i giovani animatori che si sono messi alla prova partecipando alla trasposizione animata.

Kaijuu no Kodomo è un meraviglioso film scritto nel linguaggio dei balenidi, o forse in quello dei più lontani astri che silenziosamente ci illuminano senza curarsi troppo dei fenomeni che rendono possibile la vita sulla Terra. Si tratta di una storia dai tratti peculiarissimi, che sceglie uno stile narrativo criptico, se non addirittura esoterico, per affrontare tematiche di natura esistenziale e legate alla filosofia della scienza senza però fornirci delle semplici e compatte risposte.

L’approccio del regista Ayumu Watanabe è decisamente più incline a portare avanti un vibrante spettacolo visuale piuttosto che a trasporre capitolo per capitolo ed evento per evento il ben più chiarificatore manga di Daisuke Igarashi. Non saprei se definire la pellicola come un discorso autoriale a sé stante oppure come un riuscitissimo tributo allo stile grafico dell’autore originale, per cui non saprei nemmeno se raccomandare assolutamente la lettura del fumetto originale prima della visione del film al fine di comprendere meglio gli eventi narrati. Forse l’intenzione del nucleo creativo dietro a quest’opera era proprio quella di stupire sia i lettori del manga che i nuovi spettatori ma non è nemmeno impensabile che i tagli e le ripetute situazioni equivoche non siano che il frutto di un minutaggio altrimenti ingestibile.

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Sul versante della struttura, il film, seppure incappi in qualche situazione contraddittoria ma che non stona particolarmente con l’atmosfera generale del racconto, accompagna lo spettatore nel bel mezzo di una  crescente catena di eventi dal sapore mistico e primordiale, cerimonie antidiluviane i cui funzionamenti e scopi vanno ricercati più nella personale percezione degli spettatori, ampiamente stimolata da uno dei più ricchi comparti visivi che l’animazione cinematografica abbia mai avuto modo di portare alla luce.

Lo storyboarding di Watanabe ben consapevole di questo: piuttosto che utilizzare tecniche dal retrogusto sperimentale, il regista preferisce affidare ad ampie carrellate orizzontali e verticali il compito di mostrare con rigore e chiarezza il meraviglioso mondo di Children of the Sea. Alle più esuberanti pianosequenze, comunque presente in alcune scene, egli preferisce una telecamera immobile alla quale gli elementi animati si avvicinano senza timore. Durevoli inquadrature più statiche che mostrano i protagonisti immersi nel paesaggio circostante, sia nel mare che sulla terra ferma, o dettagli naturali immortalati con le lenti di un documentarista rappresentano riempitivi di ragionata utilità tra le scene che introducono nuovi elementi della misteriosa nomenclatura del film.

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Anche la fotografia lavora abilmente sulla stessa lunghezza d’onda delle scelte di camera: il compositing di Kaijuu no Kodomo decide intelligentemente di andare controcorrente proponendo un’immagine cinematografica puntellata di molteplici e leggere fonti di luce ma che non disdegna la diffusione quando essa risulta necessaria. Questo fa sì che gli effetti di fotografia adottati non divengano un velo atto a nascondere la complessità dei genga e degli sfondi ma un unico elemento proattivo in grado di contribuire alla strutturazione dell’immagine mettendo in risalto il lavoro di animatori e background artist. Anche durante il climax, in cui colori e design esploderanno in maniera molto evangeliana ma per fortuna decisamente più curata e meticolosa, le scelte visive qui citate non cesseranno di fare la loro comparsa e daranno al film un grande senso di continuità.

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La colorazione degli sfondi è forse il tributo più riuscito allo stile Daisuke Igarashi: l’espertissimo direttore artistico Shinji Kimura, pupillo del leggendario Shichiro Kobayashi, comprende perfettamente il funzionamento dei contrasti tra il blu, il bianco ed i colori della pelle umana che tanto rende caratteristiche le illustrazioni di copertina del fumettista e decide di portare quell’approccio ad un nuovo livello attraverso l’uso di molteplici strumenti: vi sono fondali disegnati ad acquerello, ad acrilico, a mo’ di pennarelli Posca ed altri ancora che fanno un uso totale delle peculiarità degli strumenti di colorazione digitale. In alcune inquadrature, l’utilizzo combinato di questi strumenti porta un piacevole senso di profondità piacevolmente ruvida che forse differisce un po’ dall’approccio del mangaka ma che ho trovato davvero ricco di  personalità.

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Anche la colorazione dei personaggi, ad opera di Miyuki Ito, alleata storica dello studio Studio 4°C, merita speciali lodi: oltre ad aver scelto dei colori principali che ben si amalgamano con quelli di Kimura, la color designer ha ricercato un’ampia rosa di tinte atte a rappresentare contorni o sottilissimi elementi che continuano a mutare in base all’ambientazione della scena, ottimo stratagemma per accorciare le distanza tra i differenti layer dell’immagine animata.

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Anche le correzioni del character designer Kenichi Konishi rappresentano un genuino tributo alla costruzione dei volti di Igarashi.

Le animazioni ed i layout delle singole scene sono senza ombra di dubbio la vera e propria punta di lancia del film, non credo proprio di esagerare dicendo che anche nelle prossime decadi rivedremo e ricorderemo Kaijuu no Kodomo un pezzo di storia delle animazioni così come oggi facciamo con Birth, Akira o Jin-Roh.

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Ogni protagonista presenta un proprio peculiare modo di approcciarsi al mondo, con pose uniche ed originali, così come ogni personaggio ha il suo differente e ben riconoscibile stile di nuoto preferito.  Tutto è uno ed uno è tutto: la spuma del mare balla talvolta quasi gelatinosa con gli oggetti che si schiantano su di essa e talvolta diviene sottile e appuntita, quasi fosse la linea cinetica per eccellenza. Maestose creature vengono rappresentate nella loro complessità motoria sia in computer grafica che in animazione 2D mentre le grottesche pose dei bambini dugongo sembrano comunicare con loro con qualche assurdo gioco di gambe e braccia. Il linguaggio del corpo all’interno della pellicola comunica in maniera molto più sincera delle filosofeggianti parole dei personaggi più maturi.

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Quando ho visto questo cut ho avuto un’epifania abbastanza imbarazzante.

Le ragioni dietro ad affermazioni così altisonanti non riguardano soltanto il magistrale risultato tecnico: Children of the Sea rappresenta il passaggio del testimone di una generazione di animatori oramai maturi come Kenichi Konshi, Tatsuzou Nishida, Takashi Mukoda, Hiroyuki Aoyama e Tomohiro Shinoda a giovanissimi talenti del mondo televisivo che si affacciano per la prima volta a produzioni di questa portata. Sto parlando di figure come Hitomi Kariya, China, Ken Yamamoto, Moaang, MYOUN, Eri Irei e Shintarou Douge. Questi artisti fanno tutte parte del quella seconda ondata di animatori web gen che come autodidatti hanno deciso di dare un maggior rilievo alla recitazione dei personaggi all’osservazione dei movimenti reali piuttosto che sperimentare una espressività più stilizzata. Per quanto alcune delle loro scene differiscano stilisticamente da quelle degli animatori più esperti ad anziani, dopotutto alcuni dei loro layout sono veramente facili da individuare, si sono indubbiamente confermati come i degni eredi di quella tradizione realista che da Akira in poi ha dominato la scena dei lungometraggi animati in Giappone. Con le dovute differenze certo, dopotutto col passare degli anni interessi ed approcci cambiano, ma la loro presenza non rappresenta minimamente un indesiderato ribasso delle scene in cui sono presenti.

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In definitiva Children of the Sea è sicuramente un film animato inimitabile, in grado di suscitare continui e martellanti sensazioni di stupore, gioia e addirittura esplosiva meraviglia ma alla cui componente misterica bisogna arrivare con una certa preparazione, sia della psiche che del corpo.  Dopotutto, il vostro animo impreparato potrebbe voler rimanere negli abissi per l’eternità dopo aver ammirato cotanta bellezza.

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