Kimi to, nami ni noretara: Recensione [Speciale Annecy 2019]

Questo articolo è dedicato agli amici Maring Song e Moaang, che hanno partecipato alla pellicola rispettivamente come dougaman e gengaman. Siete forti ragazzi!

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Kimi to, Nami ni noretara è sicuramente il coronamento delle più recenti sperimentazioni di Masaaki Yuasa e dei suoi più stretti collaboratori dalla fondazione di Science Saru ad oggi. All’interno della pellicola fanno capolino vari simboli e strumenti narrativi già protagonisti di Lu no Uta ma utilizzati in maniera molto differente.

Non nascondo che durante la presentazione del regista ed i primi minuti del film mi sentii un po’ dubbioso su questa scelta, specialmente perché il lungometraggio richiede un po’ di tempo per ingranare e dare il meglio di sé, ma con il superamento dei primi colpi di scena tutto si fa più trasparente: Ride your Wave non è semplicemente la storia d’amore tra due adorabili individui che sembrano fatti l’una per l’altro, è un tenero e gentile tributo ad un insieme di situazioni d’asimmetria, fisica ed emotiva, con cui quasi tutti prima o poi siamo costretti a fare i conti. Dopotutto, che riscontro può avere con le nostre vite un’ulteriore pura e cristallizzata storia d’amore come quella tra Lu e Kai due anni dopo?

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Da questa prospettiva mi sento di lodare pienamente le scelte di Reiko Yoshida, sceneggiatrice del film, che decide di inserire gli elementi di realismo magico non come un salvavita emotivo dei personaggi quanto piuttosto come un costante memento di come nelle nostre vite vi siano degli importanti punti di non ritorno, dai quali non possiamo per sempre fuggire e con i quali prima o poi dobbiamo fare i conti. Questo non significa che all’interno della narrazione non vi siano dei deus ex machina, ma essi hanno per lo più una funzione scenica e non vanno ad intaccare la genuinità dei messaggi del film.

L’onnipresenza e la serietà delle sue tematiche però non deve farvi pensare che questo sia un film triste o addirittura drammatico: i toni perlopiù caldi così come la diretta e sfolgorante comicità che permea le battute del film mettono a proprio agio lo spettatore e lo aiutano con maestria a farsi largo tra i pesi esistenziali della protagonista femminile, Hinako, che col passare del tempo diviene un personaggio sempre più sfaccettato. Anche il cast dei personaggi secondari è davvero grazioso e notevole, in grado di raccontare tra velenosa onestà e situazioni quasi dolcemente tsundere l’amore di individui dai limiti più evidenti.

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Sul versante registico e compositivo Yuasa riesce a confezionare per il film una grammatica visiva capace di sostenere le idee principali del film ed emozionare al contempo: le differenti ambientazioni di Kimi to Nami ni noretara ottengono, man mano che vengono rappresentate, ulteriori significati e sottotesti emotivi che non sarà facile spazzare via. Rispetto ai precedenti lavori del regista, movimenti di camera e fondali dinamici presentano un sinuoso ritmo che si interseca piacevolmente con le inquadrature più statiche, quasi come se fossero due differenti toni d’un’unica composizione musicale. Anche le simmetrie ed asimmetrie hanno un importante ruolo all’interno del racconto visuale sia a livello di composizione dei singoli cut che a livello cromatico, ma non vi consiglio di cercare meticolosamente questi elementi fin dai primi minuti del film poiché potrebbero rivelarvi l’andamento dell’intera storia in qualche decina di minuti.

Un piccolo elogio va anche alla direzione in senso musicale che riesce a trasformare il tema principale del film, una dimenticabile canzonetta da boy band, in un groviglio d’emozioni e sentimenti che non potrete più dimenticare. Non voglio spiegare ora il motivo, sappiate soltanto che la sentirete tante volte e in tutte le salse durante la l’evolversi della storia.

Dal punto di vista delle animazioni il film si è rivelato una piacevole sorpresa, non tanto perché la qualità delle sequenze si sia rivelata perennemente alta quanto piuttosto perché rispetto a Lu o Devilman Crybaby l’utilizzo di Adobe Animate CC come strumento per l’inbetweening e la 2d key animation si è rivelato sicuramente più efficace, sia sul versante recitato che nella rappresentazione degli effetti d’acqua. Sarebbe falso dire che non si nota per nulla, ma finalmente l’innaturale elasticità dei corpi umani, presente anche nei movimenti più semplici, è stata ridotta a tal punto da non essere più un grande peso. Per quando riguarda i liquidi, invece, i risultati sono sempre interessanti quando gli elementi sovrannaturali vengono messi in campo, sia a livello di timing che di resa dei volumi, ma pecca un po’ nei momenti in cui l’acqua si comporta in maniera più realistica. Non sarà certo l’evento sakuga dell’anno ma sono certo che il climax conclusivo verrà ricordato per il maestoso senso di scala dei suoi layout e per la magistrale esecuzione di una complessità vista poche volte nel mondo della liquid animation.

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Anche se i fondali non sono rappresentati in maniera poi così solida, contrastano dolcemente con la colorazione piatta dei personaggi e, attraverso architetture dalle forme peculiari, riescono a rimanere perfettamente impressi nella mente dello spettatore. In alcuni casi saranno lo specchio delle emozioni dei personaggi presenti sullo schermo ma in taluni casi sapranno anche ingannare a dovere lo spettatore con giochi di tinte e layer che nascondono per qualche secondo i reali contenuti dell’immagine.

I design di Takashi Kojima, per quanto condividano il caratteristico tratto dell’animatore con quelli di Flip Flappers, sono decisamente più inclini a rappresentare una vasta rosa di emozioni senza sfociare troppo in grandi deformazioni delle proporzioni originali. Non l’ho visto come un grande limite ad essere sincero, poiché le sue correzioni sono comunque davvero divertenti.

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Il “kagenashi, l’assenza di ombre nei design dei personaggi, si lega benissimo con il movimento dei fluidi.

Non voglio fare troppe rivelazioni sugli animatori presenti nel film ma vi assicuro che tra i crediti della sigla di coda vedrete tanti nomi noti, vecchi e nuovi, provenienti da tante generazioni diverse. Su questo versante però, come quello dell’acqua in senso assoluto, viene pienamente sconfitto da Kaijuu no Kodomo, ma questo non basta assolutamente a non renderlo un film davvero delizioso ed emozionante, sicuramente sul podio dei lungometraggi più riusciti del regista.

Dopotutto, non c’è sempre bisogno di un attivissimo Shinya Ohira quando un’ottima sceneggiatura e un’innovativa direzione visiva si sposano perfettamente, o forse sì?

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