Yama no Susume S3 Ep 10: ちなすいお誕生日おめでとうスペシャル

Questo articolo intende commemorare il ventitreesimo compleanno di China, in data 23 Febbraio 2019, attraverso l’analisi del suo più recente lavoro di regia, il decimo episodio di Yama no Susume Season 3, a detta di molti la sua opera migliore e più rappresentativa.  Se non lo conoscete, vi consiglio di recuperare la sua intervista qui.

Mi sono prefisso di criticare soprattutto della regia dell’episodio, prendendo a riferimento anche quel che l’artista stesso ha descritto e spiegato all’interno dei post sulla sua pixiv fanbox (un servizio di crowdfunding identico a Patreon sulla famosa piattaforma di art-sharing), e ahimè poco si cura del meraviglioso lavoro di supervisione delle animazioni realizzato da Noriyuki Imaoka. È nondimeno innegabile come molte delle scene dell’episodio acquisiscano spessore proprio attraverso la sapiente abilità del sakkan nell’esaltare gli aspetti migliori di ogni animatore e nel dare ai personaggi una maggiore tridimensionalità. Similmente a quanto scrissi nell’articolo sulla fotografia di Liz, riserverò probabilmente un futuro post alle animazioni di questa meravigliosa puntata.

L’episodio si apre attraverso una ripresa in cui una telecamera parecchio vicina al suolo inquadra alcune comparse intente a giocare a calcio, che lasciano subito il nostro campo visivo per fare spazio alle nostre protagoniste sullo sfondo.  Impossibile non notare un’importante somiglianza con un particolare cut dell’undicesimo episodio di Eromanga Sensei, in cui un gruppo di ragazzini si passano la palla al parco incorniciati rigidamente da una rete protettiva, sempre ad opera di China ma in quel caso soltanto nelle vesti di key animator e addetto ai layout.

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Eromanga Sensei #11

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Successivamente vedremo un simile uso di un camion che si sposterà davanti alla nostra visuale.
Entrambe le sequenze, che potrebbero apparire prettamente riempitive, utili soltanto a regolare al meglio i ritmi narrativi attraverso una pausa, rappresentano delle vere e proprie dichiarazioni di intenti da parte della regia: anche se verranno talvolta adoperate delle tecniche in grado di trasformare l’intero mondo in un palcoscenico bidimensionale, China sembra ricordarci che tra il suo obiettivo virtuale e le nostre protagoniste spesso si interpone un ambiente ed un tessuto sociale di finzione che si sviluppa e muta in piena autonomia, un agglomerato di luoghi e individui che sopravvive oltre la storia che sta tentando di raccontare.

Fin dalla prima stagione gli spazi animati, indipendentemente che si fosse trattato di un’area cittadina o di ogni montagna scalata dalle protagoniste, si sono avvicinati il più possibile agli spazi reali attraverso un ampio lavoro di documentazione e ricalco, utile soprattutto a facilitare i cosiddetti “pellegrinaggi” da parte dei fan nei luoghi più iconici della serie. China, come vedremo poi, decide di sfruttare questo già presente “realismo scenico” per commentare i dilemmi emotivi delle protagoniste attraverso una Hannou inquadrata come mai l’abbiamo vista prima.

Tornando a quanto accade sullo schermo, poco dopo ci troviamo di fronte al primo momento di animazione pura, in cui Mio, Yuri e Kasumi raccontano quel che vorrebbero fare durante la gita ad Ikebukuro interrotte da una piccola Hinata sbucata fuori da balloon a forma di montagne. Questa rappresentazione, che riduce l’uso di più pesanti dittici campo-controcampo, si figura come una semplice ma efficace metafora della situazione attuale del personaggio: la ragazza dai capelli corvini riesce a cavarsela bene all’interno della socialità quotidiana grazie ad un entusiasmo fuori dal comune, piuttosto che attraverso vere capacità relazionali. Fino ad ora ci è sembrata una figura che spicca per senso pratico, ma questo semplicemente perché è perennemente accompagnata dalla timida e introversa Aoi, incapace di reagire un gran numero di situazioni senza farsi prendere dal panico. Particolarmente interessante è poi la fantasia di quest’ultima, vedremo poi come si differenzia stilisticamente da quelle di Hinata.

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[HorribleSubs] Yama no Susume S3 - 10 [1080p].mkv_snapshot_02.08.568[HorribleSubs] Yama no Susume S3 - 10 [1080p].mkv_snapshot_02.15.096

L’intera sequenza, siparietti comici e fantasie inclusi, è realizzata seguendo l’estetica kagenashi (lett. Senza ombre), che aiuta a descrivere le espressioni dei personaggi con una certa delicatezza, attraverso la chirurgica rimozione delle forme più grottesche e cartoonesche. Si tenta di rappresentare la testardaggine di Aoi e lo stordimento di Hinata senza fare uso di particolari deformazioni grafiche o metafore, con la pura e travolgente forza di keyframes solidi e al contempo essenziali, per fornire una certa sobrietà seriosa alla scena. La regia vuole fin da subito comunicarci che il travagliato racconto di amicizia e battibecchi delle due acquisterà in taglio differente, più interessato ad approfondire lo stato d’animo delle due ragazze piuttosto che creare una delle tante altre allegre storie a lieto fine che hanno caratterizzato la serie fino a questo momento.

D’altra parte, il sentimento che Hinata prova non è certo nobile, ma merita compassione: per la prima volta percepisce un’amica che non gravita soltanto attorno a lei, ma che può liberamente prendere la decisione di dedicarsi ad altre persone.

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Il cut riempitivo con la luna che spunta in un tardo pomeriggio il cui sole ancora splende in cielo ci anticipa l’immediatamente successiva rottura: L’immagine seguente infatti cita una delle inquadrature conclusive del primo episodio della primissima stagione, in cui subito dopo la scuola Hinata trascina Aoi verso la sua abitazione per mostrarle la collezione di strumenti da alpinismo di suo padre. Ora la situazione è ben diversa, non c’è più un vero contatto fisico tra le due e nemmeno una figura dominante, le ragazze si studiano un pochino finché Aoi non decide di correre subito a casa.

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La regia amplifica la lontananza tra le due ponendo l’accento su lunghe sequenze in cui le protagoniste, inquadrate da sole, occupano soltanto il terzo destro dello schermo. È interessante notare poi come l’esplosione emotiva, che paralizzerà nuovamente Hinata, sia illuminata da una luce simile a quella che ha caratterizzato lo scoppio di Mizore in Liz to Aoi Tori. Lo stesso China ha affermato che, per quanto abbia visto il film soltanto qualche tempo dopo l’inizio della produzione dell’episodio, da grande fan di Naoko Yamada si è ritrovato inconsapevolmente ad emulare la sua estetica. In particolar modo ha notato delle importanti somiglianze con il recente film nel modo in cui la composizione delle scene si è totalmente prestata a raccontare i differenti punti di vista di Hinata e Aoi.

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Nel risveglio di Hinata possiamo notare un certo spirito d’osservazione coadiuvato da un grande interesse per gli interni: La finestra, vicinissima al suo viso, ottiene un ruolo centrale da un punto di vista compositivo attraverso un complicato gioco di linee realizzato tramite un sapiente posizionamento della camera virtuale e della prospettiva. La ragazza non si risveglia per via di un allarme o di un richiamo da parte dei genitori, ma semplicemente perché è sorto il sole, protagonista della scena. È un sole molto differente rispetto a quello che ha caratterizzato la serie fino ad ora: è un sole fin troppo mondano, è un sole che inebetisce, è il sole chiaro che si insinua nelle case di chi passerà fine settimana noiosi.

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Osserviamo per la prima volta nella serie un’Hinata assonnata dai capelli sciolti , un dettaglio che ben arricchisce quel momento triviale. Il fumo del caffellatte ancora bollente si sposa perfettamente con la sottile luce che permea la stanza. Da qui in poi fa la sua presenza un framing che, come una gabbia, imprigiona ed isola i personaggi in una piccola porzione dello schermo attraverso l’uso di oggetti o infrastrutture.  Vi è anche una particolare attenzione nel far combaciare le espressioni della ragazza dai capelli corvini con il doppiaggio di Kana Asumi: mentre parla più piano e sommessamente, la sua bocca non è nemmeno visibile, appare per la prima volta solo dopo un’interiezione, per poi tirare fuori la lingua mentre riflette e tornare ancora a nascondersi dietro alla tazza. La sua fantasia, rappresentata all’interno di un balloon, presenta una maggiore tridimensionalità rispetto a quella di Aoi. L’idea di rappresentare le fantasie delle due amiche con alcune differenze stilistiche è del regista Yuusuke Yamamoto, che come China stesso racconta, ha corretto personalmente quella sezione di storyboard.

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Prima ancora del risveglio abbiamo avuto un altro piccolo cut riempitivo, che come avvenuto nella precedente sequenza, anticiperà un altro aspetto dell’episodio: quello in cui la luce del mattino si posa rivelatrice su un tipico souvenir di Ikebukuro, una rappresentazione della statua di un gufo denominata Ikefukurou-zou, che la ragazza dai capelli corvini voleva regalare all’amica. Similmente alla statua di Hachiko e al Moai per Shibuya, la scultura del pennuto è un noto punto di incontro della sua zona.

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La statua in questione

Impaziente di avere una risposta dall’amica Kokona, Hinata sbatte con forza i piedi per terra. Una rappresentazione emotiva tipica di Naoko Yamada che China reinterpreta in maniera più diretta. Non dobbiamo dimenticare infatti che nella sua iconografia sono le mani, più che i piedi, a fornire ricchi concentrati di informazioni sullo stato emotivo che i personaggi vogliono far intravedere o che realmente vivono. Sarà forse un caso che le mani di Hinata, per buona parte delle sequenze in esterni, siano dietro alla sua schiena, invisibili agli occhi degli spettatori?

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Come anticipato prima, possiamo notare ancora una volta cut in cui delle strutture imprigionano Hinata o in cui la ragazza si trova in uno dei terzi esterni dello schermo, “quasi ad implicare che qualcuno dovesse trovarsi affianco a lei” citando senza remore kViN. A mio avviso poi sua salopette ricorda vagamente un’armatura con cui proteggere il proprio cuore ma al contempo è sicuramente un abito che si addice particolarmente ad una bambina intenzionata a sporcarsi all’aperto, evidenzia quindi gli aspetti più infantili della sua personalità.

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La scena realizzata da Ken Yamamoto, con la foglia d’acero che si posa dolcemente sull’acqua, sin dalla fase di storyboard è stata pensata come un lavoro di pittura digitale in movimento. Occorreva testimoniare con fermezza la bellezza di quei colori e di quell’elegante danza col vento per spostare l’attenzione della protagonista in maniera credibile dagli incanti della natura autunnale fino al gruppo di giovani che si divertono tutti insieme dall’altra riva del fiume.

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Fino ad ora si sono susseguite scene fin troppo melanconiche, è tempo di un momentaneo cambio d’atmosfera per non annoiare troppo lo spettatore medio con forme di narrazioni diafane e fin troppo indirette. L’introduzione di Kaede e Yuka rievoca l’idea di mondo animato come palcoscenico fuori da ogni spazio reale attraverso il particolarissimo cut disegnato da Niinu Mackenzie, sapientemente introdotto da una sorta di immagine ultra-grandangolare in cui China sperimenta l’unione di elementi fotografici realistici con aggiunte più cartoonesche e bidimensionali. Questa unione mirata di elementi così diversi, specialmente al fine di calibrare meglio l’atmosfera, è qualcosa che già abbiamo visto nel secondo episodio della terza stagione con le metafore animate del proprietario del negozio e con l’incontro voluto dal destino tra Aoi e le sue scarpe. Se poi andiamo ad indagare un po’ meglio tra i cut del China “animatore” è possibile notare molto spesso smears e deformazioni inserite al solo scopo di creare effetti divertenti.

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Sovviene quindi il dubbio se sia corretto o meno definire China un “realista” dell’animazione. Forse è ancora troppo presto per dare una risposta con una certa parvenza di affidabilità ma sono parecchio convinto che China sia un regista interessato alla creazione di una solida messa in scena, che sia prima di tutto alla ricerca di una “credibilità” che solo talvolta incrocia le sue vie col realismo “puro”, il realismo di Hiroyuki Okiura o quelli della letteratura realista più classica. Quella modalità di racconto difetta parecchio dell’empatia viscerale per i personaggi che Naoko Yamada ci ha abituato fin troppo ad apprezzare nei suoi racconti, così come non ritroviamo quella schematica espressività tipica di illustratori come Mebachi che il nostro animatore tanto ama.

La rappresentazione di Ikebukuro si focalizza molto di più sulla sua fauna locale piuttosto che su quelli che sono gli spazi più popolari della zona, e per una buona ragione: stiamo pur sempre parlando di un quartiere dei divertimenti per ragazze, dove passare intensi pomeriggi con le amiche a sfoggiare e provare abiti carini. Lo spirito del quartiere si manifesta al meglio attraverso un curatissimo gruppo di comparse su più layer piuttosto che attraverso tanti sfondi ricalcati. Il loro guardaroba e le loro pose emanano gioia e giovinezza da ogni linea, le più vicine alla telecamera potrebbero persino essere i personaggi secondari di qualche altro anime da quanto sono caratteristiche.

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La luce che colpisce gli spazi della camera di Kaede è decisamente più calda e accogliente rispetto a quella della mattinata, per quanto la stanza presenti comunque importanti zone d’ombra che spesso caratterizzano le inquadrature in cui è presente Hinata. Le mani della senpai si intrecciano dolcemente come a trasmettere un senso di sicurezza e pace, mentre quelle della sua amica si nascondono in mezzo alle gambe dall’imbarazzo. Questa ritratto quasi materno del personaggio, senza nemmeno volerlo, finisce col far riflettere la kohai su uno di quei temi che da sola non avrebbe mai affrontato: il suo futuro.

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Risulta interessante notare come Hinata, prima dell’arrivo di Kaede e Yuka sia un pochino più scomposta.
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È proprio in questo momento che Hinata realizza come, anche per lei, verrà il giorno in cui dovrà scegliere che percorso intraprendere dopo il diploma. Fino a quel momento la ragazza ha passato momenti quasi idilliaci con Aoi e le altre amiche, spesso interpretando assieme a Kaede la figura di riferimento della situazione eppure le cose un giorno potrebbero cambiare. Anzi, prima o poi saranno destinate a cambiare. Prima o poi, che lei lo voglia o meno, non resterà che un vago ricordo della statica e timida ragazzina dai capelli cinerei che si faceva trascinare facilmente per ogni dove. Aoi sarà costretta a prendere le sue decisioni, e la sua miglior amica sarà soltanto una delle mille variabili da soppesare.  Eppure c’è qualcosa di dolce nella comparazione mentale tre le coppie Yuka-Kaede e Hinata-Aoi, quasi che la dispettosa signorina in salopette provi per un attimo il presentimento che, dopo tutte le dis-avventure passate assieme, il destino delle “strane combinazioni” sia quello di condividere comunque un fortissimo legame nel tempo.

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Il treno preso dalle compagne di classe di ritorno dalla gita cerca di figurare il più possibile come un vero e proprio mezzo di trasporto in movimento grazie all’uso di background animation multiple, che si intervallano a seconda della prospettiva, presenti nel layer d’animazione che si trova fuori dai finestrini. Oltre a questi movimenti di sfuggita possiamo ammirare una totale in movimento sulla città di Tokyo che fa da foreground al monte Fuji avvolto da una fortissima luce, la stessa che poi colpirà Kasumi durante il dialogo con Aoi. Questa omogeneità a livello di fotografia amplifica il messaggio della scena: Aoi ha superato il timore che aveva nei confronti delle sue coetanee grazie alle esperienze in montagna. È stato il non rifiutare le sfide dell’alpinismo che l’ha resa più autonoma, più in grado di buttarsi nella mischia delle proprie emozioni per poi affrontarle in un secondo momento. Forse non è divenuta più sicura di sé, ma ha sicuramente imparato ad aprirsi a dei “sì”. L’illuminazione raggiunge il suo apice nel momento in cui la meganekko decide di stringere la mano della protagonista, inaugurando la loro amicizia. Per fornire una maggiore intimità alla scena la telecamera virtuale viene posizionata in più occasioni all’altezza di un ipotetico viaggiatore, che osserva le ragazze senza però curarsi troppo di loro.

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Hinata decide di andare a trovare Aoi alla stazione, ma non è sicura sul da farsi. La sua insicurezza e le sue paure, oltre a venire abbozzate visivamente tramite il solito linguaggio del corpo delle mani dietro alla schiena, trova spazio in fase di compositing attraverso il ricco sfocamento degli sfondi. Accanto alla ragazza passano due studentesse delle scuole medie dalla silhouette che ricorda quella delle due amiche. Non si fa in tempo a notarle che le due vengono coperte dalla borsa della protagonista su un nuovo layer, appena uscita dal treno, che non si accorge della presenza dell’amica. Hinata nota lo stesso souvenir che lei stessa ha comprato, ma che non ha ancora avuto il coraggio di regalare ad Aoi, e si lascia prendere dallo sconforto. Le ragazze poi escono dalla stazione, lasciando intravedere soltanto a fine cut un’Hinata sbigottita sul layer esterno. Chiudere la sequenza utilizzando la stessa tecnica con cui è iniziata evoca un senso di continuità e chiarisce le distanze tra i personaggi.

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La luce dello smartphone, bianca e penetrante, è un ottimo contraltare dello sbigottente sole mattutino. I due effetti si assomigliano, eppure il buio della notte sembra dipingere l’animo di Hinata come ancor più sconfortato.  Il gufo-souvenir, colpito da un raggio di luna, sembra quasi un antico reperto maledetto. Entriamo nel bagno attraverso un’inquadratura riflessa della protagonista in uno specchio, espediente che China ama utilizzare per introdurre nuove location fin dai tempi di Long Riders. Hinata prova a tirare le somme della sua giornata, prova a soppesare i sentimenti che appesantiscono il suo animo come macigni. Trova una risposta, ma non vuole condividerla con nessuno, nemmeno con noi spettatori. Decide così immergersi e liberare il suo lamento, testimoniato soltanto da alcune bollicine che emergono a ritmo.

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