Intervista a Mari Okada (Animage 2011/11)

 

Il 4 maggio 2018 è stato pubblicato in lingua inglese From Truant to Anime Screenwriter: My Path to “Anohana” and “The Anthem of the Heart”, l’autobiografia della notissima sceneggiatrice e regista Mari Okada, forse uno dei più interessanti ed informativi libri che approfondiscono il tema della scrittura all’interno del processo di produzione degli anime. Ho deciso di collaborare con lo staff del sito Anime Bambù per portarvi una presentazione congiunta del testo. Loro si sono occupati di recensire From a Truant to Anime Screenwriter mentre io ho deciso di tradurre l’intervista alla professionista che meglio riassume, ma al contempo espande, i temi principali del libro. Stiamo parlando dell’inserto “La personalità del mese” del numero di novembre 2011 della rivista Animage. L’intervistatore è Yuichiro Oguro, una delle più importanti figure nel panorama della critica d’animazione nipponica.

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Sta cavalcando l’onda del successo, non v’è altro modo per descriverla. Nel 2011 ha sceneggiato “Gosick”, “Fractal”, “Wandering Son”, “Hanasaku Iroha” e “Ano Hi Mita Hana no Namae o Bokutachi wa Mada Shiranai”. La sua straordinarietà non è un fatto che ha vedere soltanto con la quantità, poiché si è ritrovata scrivere una dopo l’altra opere popolarissime e ben considerate dalla critica. Per non parlare poi delle sue abilità narrative nella realizzazione di personaggi estremamente coinvolgenti. In quest’intervista, le ho chiesto com’è divenuta uno sceneggiatore e come si approccia al suo lavoro.

Gotanda, Tokyo, 30 ottobre 2011

-Che tipo di lavoro voleva fare da bambina?

Non aspiravo ad un lavoro in particolare, non avevo proprio in mente un lavoro. Però una volta desiderai diventare una di quelle persone che “hanno smarrito la retta via” (ride). Durante le scuole medie speravo soltanto di fare qualcosa di inusuale.

-Una persona che “ha smarrito la retta via?” (ride)

Pensavo di non poter diventare un adulto ligio al dovere. Non riuscivo a svegliarmi tutti i giorni alla stessa ora ed ero negata nel lavorare in gruppo. Non pensavo proprio di poter trovare un lavoro onesto.

-Ha continuato a pensare che avrebbe voluto fare qualcosa di inusuale?

Mi piaceva stare a casa, così leggevo libri e giocavo ai videogiochi tutto il tempo. Mi piacevano anche i cartoni animati. Durante le scuole superiori iniziai a riflettere sul fatto che avrei apprezzato un lavoro in cui si producevano delle storie. Desideravo scrivere, questo è sicuro. Quando vedevo un anime, leggevo un fumetto o giocavo ad un videogioco non riuscivo proprio a togliermi la sua struttura narrativa dalla testa. Sì, provavo proprio un fortissimo desiderio nel riscrivere o nello scrivere una storia.

-Sì, capisco.

Per esempio, mentre giocavo a qualche gioco, spesso riscrivevo qualche scena. Quando leggendo un romanzo apprezzavo particolarmente un certo capitolo, lo estendevo io stessa per puro divertimento.

-Ha proprio riscritto delle storie, oltre volerlo fare come tanti altri.

Non avevo amici con i miei stessi interessi. Loro avevano gusti differenti. Sarebbe stato sicuramente divertentissimo giocare ai videogiochi o vedere anime con degli amici, ma ho provato comunque un singolare piacere nel farlo in segreto. Amavo un sacco fantasticare in quel periodo. Spesso dovevo pianificare a delle storie per un paio d’ore prima di addormentarmi. A volte ero la protagonista, altre volte ero un personaggio secondario (ride).

-(Ride)

Scrivevo e sognavo storie a quel modo ogni giorno. Piangevo. Mentre le immaginavo, mi colpivano profondamente.

-Si sentiva colpita dalle sue stesse storie.

Sì. La mattina seguente i miei occhi erano così gonfi da non poter andare a scuola. Ero una bambina fin troppo consapevole di essere patetica. Un bambino normalmente non vuole andare a scuola perché magari nella sua classe c’è un compagno che gli sta antipatico o simili. Io, invece, immaginavo di giorno in giorno di fidanzarmi con ogni compagno di classe diverso seguendo l’ordine alfabetico nipponico. Ho persino fantasticato sull’uscire con un ragazzo che detestavo con tutta me stessa: che cosa sarebbe successo? Cosa avrei potuto fare per farmelo piacere? Mi sono allenata in maniera davvero orribile.

-Era un allenamento quindi? (ride)

Di sicuro lo detestavo, tuttavia ho cercato di farmelo piacere in qualche modo ed ho creato una storia in cui uscivo con quel personaggio. No, forse proprio con lui, non con un personaggio basato su quel ragazzo. Comunque lo facevo anche con le ragazze. Immaginavo di diventare amica di tutte loro seguendo l’ordine alfabetico giapponese.

Modellava dei personaggi basati sui suoi compagni.

Sì, ci mettevo moltissimo impegno nel crearli. Non l’ho più fatto alle scuole superiori, ma alle elementari lo facevo. Probabilmente anche alle scuole medie. Dal momento che andavo in ordine alfabetico, quando una figura che detestavo appariva tra i primi nomi mi bloccavo e diventava una vera sfida.

-(Sorriso forzato)

(Ride) Beh, non ha più senso parlarne ora-

Ah, anche se questa (La Personalità del mese NdT) si sta rivelando una lunga serie, è la prima volta che sento una storia simile.

Davvero? Mi sembri un po’ in difficoltà (ride).

No, no. Piuttosto, non ha mai partecipato ad una competizione letteraria?

No, mai. Ho scritto dei romanzi, amavo Hikaru Genji quando ero alle elementari. Ho scritto un romanzo in cui Genji si innamorava di me. In quella storia, lavoravo in una pensione nei pressi di una montagna innevata e lui veniva a passare del tempo lì. Poi per qualche ragione finivamo dispersi (ride). Mi ero convinta che una storia in cui lui semplicemente m’amava sarebbe stata troppo noiosa, così ho deciso di introdurre una rivale. Altrimenti, avrei scritto semplicemente per me stessa. Ripensandoci ora, la prima competizione a cui a cui partecipai fu quella di V-cinema (una casa produttrice di film home video NdT.)

-Lavorava per l’azienda all’epoca?

No, studiavo in una scuola di game design. Volevo diventare uno sceneggiatore di videogiochi, ma di questo ambito la scuola mi ha insegnato davvero poco. Comunque, c’erano un gran numero di bravi insegnanti. Sakamichi Yuusaku della Tezuka Production lodò una mia sceneggiatura non pensata per il mondo dei videogiochi. Fui molto contenta delle sue parole, così iniziai a scrivere sceneggiature pensate anche per altri media. Partecipai al concorso e vinsi. Dopodiché lavorai come assistente per un giornalista. Partecipavo con lui alle interviste e alle conferenze stampa. Le connessioni di quell’epoca mi avvicinarono al mondo delle inchieste, dei manga e delle opere originali.

Prima dell’intervista, ha detto di aver scritto degli articoli sui locali di cabaret da giovane.

Sìsì. Ho lavorato anche per Degenki Tokusatsu Tsushin. È raro che una ragazza, nemmeno così appassionata di tokusatsu, scriva per riviste simili. Per questo all’epoca avevo un sacco di pseudonimi. Feci comunque tanti altri lavori come scrivere Drama CD, programmi radio, film pensati per il mercato home video, sceneggiature di videogiochi…fu proprio in quell’epoca che realizzai il mio obbiettivo di “scrivere storie”. Per quanto riguarda i videogiochi, ho sicuramente scritto più visual novel dalle forti tinte erotiche che lavori per tutte le età.

-Quindi ha scritto tante sceneggiature per il mondo videoludico.

Tantissime.

-Sotto pseudonimo?

Sotto pseudonimo. All’inizio dicevano “il tuo nome non è eccitante”, così me lo cambiavano.

-”Un nome più femminile si adatta meglio ad un prodotto per adulti”. Dicevano cose del genere?

Sì. “Dovrebbe suonare più femminile”. Gli alias che mi venivano in mente erano spesso stupidi e senza senso. A volte capitava che gli usassero a loro piacimento senza nemmeno chiedermelo prima (ride). Il capo mi diceva semplicemente “Ah, questo mi piaceva, allora l’ho inserito”.

Quindi lo usavano anche per lavori in cui lei non era presente?

Strano vero? Quella era davvero un’azienda piena di persone irresponsabili.

-All’epoca aveva una ventina d’anni?

Avevo intorno ai 26 anni. Ero molto più impegnata di ora. Ogni lavoro pagava pochissimo e scrivevo fino alla morte.

-Ha scritto anche tanti film da cinema home video?

Più di un paio. Ho imparato tante cose dal cinema home video. Sono ancora davvero riconoscente per una frase che mi dissero all’epoca: “Gli sceneggiatori non pensano mai a chi si ritrova materialmente a realizzare il film”. Un giorno chiesi loro di farmi dirigere un piccolo progetto su cui si stava discutendo, un corto dalla durata di 15 minuti. Da quell’esperienza ho imparato moltissimo sulle riprese, sul montaggio e sulla produzione dei suoni. Le attrici erano leggermente più anziane di me, io ero ancora poco sopra i vent’anni. Mentre le filmavo spesso ridacchiavano. Venivo spesso presa di mira da giovane, non solo al lavoro (ride). Ho iniziato a lavorare senza pensarci troppo, non avevo un maestro o dei compagni, invidiavo moltissimo chi operava affianco a dei veri “colleghi”.

-Che cosa ha imparato concretamente in quell’occasione?

Quando scrivi una sceneggiatura, è importante ricordarsi dei professionisti che vengono subito dopo di te nel processo produttivo, in quel caso del regista e degli attori. Devi scrivere qualcosa che anche loro possano comprendere facilmente e che gli incentivi a fare del loro meglio. .

-Dopo questo tipo di esperienze, è finalmente entrata nel mondo degli anime. Non è stato facile, vero?

Beh, DT Eightron è stato il primo anime a cui abbia mai partecipato. Ci lavoravo in parallelo con il tipo di lavori che ho descritto precedentemente. Ho iniziato a divertirmi nel mondo dell’animazione solo dopo aver concluso la serie. Pensavo a quanto fosse divertente lavorare con Tetsuro Amino (il regista), piuttosto che a quanto fosse divertente fare animazione.

Il progetto animato a cui lavorai subito dopo fu Angel Tales. In quel periodo lavoravo meno per il cinema da home video, ma scrivevo un sacco di eroge e mi ero cimentata anche in un fumetto horror. Mandavo i miei script direttamente ad Amino, affinché li leggesse. Apprezzò le sceneggiature e mi richiamò per lavorare a Crush Gear Nitro. Nello stesso periodo, Kazuhiro Ochi, il regista di Angel Tales, mi chiese di lavorare a PoPoLoCrois. Ochi mi ha poi presentato allo staff di Hamtaro e da quel momento ho lavorato pressoché solo nell’animazione.

-”L’era di Mari Okada” cominciò da quegli eventi quindi.

L’era di Mari Okada?” (ride)

-”L’era di Mari Okada” vera e propria è cominciata nel 2006, secondo me.

(Guardando la lista completa dei suoi lavori) Mi sembra di tornare indietro nel tempo. Ryouta Yamaguchi, che all’epoca lavorava alla Nitro mi presentò a Kita e alla sua Diamond Dust Drops. Dopodiché Jukki Hanada mi fece conoscere lo staff di Rozen Maiden. A quel modo, il mio mondo di contatti si ampliò notevolmente. All’epoca non conoscevo ancora bene il funzionamento dei comitati di produzione e non avevo idea di chi mi potesse offrire dei lavori. Se avessi voluto lavorare con Amino, avrei dovuto chiedere ai produttori della Sunrise, ma mica le sapevo queste cose. Mi sarebbe bastata una mail. Quanto ero scema.

-Cosa le piaceva dei progetti di Amino?

Quando fui invitata a partecipare ad Eightron, non mi occupai della sceneggiatura. Lo sceneggiatore principale era Hideki Kakinuma, che scriveva su fogli di carta. Il mio compito era quello di copiare a macchina i suoi manoscritti. Le sue sceneggiature erano molto scarne, quindi oltre a copiarle dovevo anche tappare certi buchi. Amino notò questo aspetto del mio lavoro così mi chiese “Ehi, ti piacerebbe scrivere script d’animazione?” ed io gli risposi “Sì”. Lui ci pensò un attimo e poi disse “scrivimi qualche scenario”. Gli scrissi qualche idea e lui si ritrovò ad utilizzarne alcune. Forse addirittura quasi tutte.

Le sue reazioni mi resero molto felice. Dopo aver scritto per tantissimi ambiti diversi, non avrei mai immaginato di potermi affacciare ad un contesto professionale in cui la sceneggiatura di uno sconosciuto può venire presa in considerazione senza alcuna esitazione. Ero davvero sorpresa che l’avessero scelta semplicemente perché l’avevano apprezzata. Nelle mie precedenti esperienze di lavoro, le parti che ritenevo più interessanti non venivano capite mentre quelle che mi piacevano di meno venivano accettate senza problemi. Era una situazione davvero comune. Amino accettò quello che avevo scritto senza chiedermi di riscrivere qualche scena, disse che desiderava qualcosa di genuino. “Voglio dedicarmi solo a lavori di questo tipo”, mi dissi.

-Dopo quei fatti, quali furono i suoi principali punti di svolta professionali?

Mh, quali furono i miei punti di svolta? Forse quando… quando? Lei cosa ne pensa?

-La maggior parte dei critici pensa a True Tears e a Toradora!

Mh, sì.

Come valuta il suo lavoro su Sketchbook ~full color’s~?

Ho apprezzato molto Sketchbook. Ho sceneggiato ogni singolo episodio. Il regista Hiraike e il produttore Kaneko avevano la mia stessa età. Prima di allora avevo sempre lavorato con professionisti più anziani di me, proprio con quella produzione scoprii cosa implicasse il lavorare con dei coetanei.

-Cosa intende?

Sono fin troppo trasparente e franca. Cerco di leggere l’atmosfera ma da giovane venni spesso critica per la mia insolenza. Se ti metti a litigare con qualcuno di più anziano di te, sembra che tu lo faccia soltanto per il gusto di scontrarsi con qualcuno di più potente. Un po’ come se ti stessi scontrando con l’”Establishment”. Ma Hiraike non è più anziano di me, se dico qualcosa di troppo, il rapporto che intercorre tra di noi si fa teso. Dal momento che abbiamo la stessa età, quel che gli dicevo pareva più serio di quanto volessi sembrare. All’inizio fu una relazione un po’ combattuta. Anche se avrei dovuto ascoltare i suoi interventi fino alla fine prima porgli qualche domanda, non ero sempre così accorta.

Credo che sarei diventata amica di Tatsuyuki Nagai e di Masayoshi Tanaka anche se non ci fossimo incontrati sul lavoro, ma non credo che sarei riuscita a divenire amica di Hiraike se non l’avessi incontrato in studio (ride). Comunque gli voglio molto bene. Rileggendo il mio diario dei tempi di Sketchbook, noto che parlavo molto di un certo CD. Doveva uscire un drama CD ispirato alla serie e mi fu letteralmente imposto di scriverlo anche se avevo mille altri impegni che in un primo momento mi costrinsero a rifiutare. La produzione aveva deciso che avrei dovuto scrivere in studio e che avrebbe letto il mio lavoro non appena l’avessi finito fornendomi delle istruzioni anche per eventuali correzioni. Così, mentre ero impegnata a scrivere, Hiraike si dava da fare andando in giro per la città a comprarmi Hamburger e sushi a buon mercato (ride). È davvero…beh, forse non è così divertente da sentire se non si conosce un po’ il suo carattere.

No, è una storia abbastanza commuovente.

Il suo comportamento mi ha molto colpito. Ho fatto squadra con un regista della mia età per la prima volta, forse mi sono scaldata troppo ma alla fine penso che il nostro rapporto si sia intensificato col tempo. Non è soltanto un gran bravo ragazzo, è anche un supervisore davvero eccellente. Ho lavorato ancora con lui dopo quell’esperienza, ci siamo divertiti molto.

-Come valuta il suo lavoro in Sketchbook?

So che potrebbe sembrare ridicolo, ma credo di aver fatto davvero un ottimo lavoro. Persino ora lo rivedo, rileggo le mie sceneggiature e provo una certa gelosia nei confronti della me stessa del passato. “Cavolo, sono proprio scritti bene”, mi dico.

-(Ride) Nel 2008 invece si è occupata di 5 serie animate.

Sì, 5. 5 è un gran numero. In True Tears, è davvero importante dirlo, si sono uniti a me Junji Nishimura e Mayumi Morita. Prima di allora avevo supervisionato le sceneggiature di poche serie, ma non mi era mai capitato di imbattermi in figure pazze come loro nella scrittura dei singoli episodi (ride).

-Capisco.

Furono molto violenti con me. “Di questo passo, la serie esploderà” pensavo mentre li bacchettavo severamente. All’epoca mi irritavo davvero facilmente. True Tears poteva divenire una buona serie, ma gli script non erano all’altezza. Anche se fornivo loro dei modelli, nelle loro sceneggiature c’era sempre qualcosa di poco adatto alla serie. Le hanno dovute riscrivere più e più volte. Nonostante Nishimura fosse già un regista veterano all’epoca, percepivo bene il suo sincero entusiasmo nello scrivere un anime come quello e fui molto colpita dalla sua grinta. Con Morita invece occorreva sempre incontrarsi all’interno di meeting ufficiali. Le sue sceneggiature erano davvero fresche, non si addicevano molto alla sua età, e questo mi fece molto riflettere. Durante quegli incontri era d’accordo con me sui punti da perfezionare ma, anche quando occorreva sviluppare un po’ meglio anche soltanto una singola scena, finiva per riscrivere l’intero episodio. “Oh no, ha fatto di nuovo un gran casino”, pensavo irritata ma al contempo felice. Quando ripenso a loro mi viene un po’ da piangere, se devo essere sincera.

-Quindi furono “violenti” perché non rispettarono i suoi modelli?

Esatto. Non volevo far emergere troppo liberamente il loro stile. Avevo compreso come sfruttare le loro caratteristiche peculiari come sceneggiatori per il bene del progetto utilizzando quei modelli, ma ogni volta scrivevano qualcosa di troppo lontano dalle mie indicazioni. True Tears ha ricevuto mille modifiche nella sua struttura generale rispetto a come l’avevo concepito all’inizio. Volevo raccontare alcune storie, ma alla fine mi sono sempre decisa a modificare la trama principale affinché potessero fare del loro meglio. Persino il finale è stato ampiamente alterato.

L’eroina scelta dal protagonista è un personaggio differente da quello pensato da lei?

È successo proprio questo.

Ah, davvero? (Ride)

Ho chiesto loro “inserite almeno questo” ma non hanno soddisfatto la mia richiesta. Sono tornata a casa davvero irritata quel giorno, ma poco dopo ho pensato “Però dai, si sono impegnati così tanto”, mi sono pentita e ho chiesto loro scusa. Le loro sceneggiature erano ben più preziose delle mie, sotto sotto le ammiravo molto. Vivevo nell’impazienza quei momenti.

Quell’anime mi ha insegnato tanto. Da come ne ho parlato ora sembra quasi che abbiano prodotto script inutilizzabili, ma non fu proprio quello il caso. Scrissero sceneggiature davvero interessanti, ricchi di sfolgoranti scene davvero coinvolgenti, come nessun altro sarebbe stato in grado di fare. Spesso pensavo: “questa scena ostacola la trama generale, ma voglio provare ad usarla in qualche maniera”. Spesso gli scrittori affermano che “La terza e la quarta bozza non sono necessarie. La prima è quella che conta”. In passato fui d’accordo con loro, ma oggi non lo sono più. Discutere apertamente su come migliorare una sceneggiatura, anche per molto tempo, è quel che può davvero rendere il testo finale ancora più spettacolare. L’ho imparato da loro due, sono i miei maestri. A volte però penso che il mio lavoro sarebbe un po’ più facile se non li avessi mai incontrati (ride).

-È un modo di fare parecchio profondo, quello che ha imparato da loro.

Forse sì (ride). Direi che il mio punto di svolta è stato proprio True Tears.

-Avevamo già parlato di Toradora in un’altra rivista, ma lasci che le chieda ancora qualcosina: come valuta il suo lavoro per quella serie?

Lavorare assieme a Nagai e a Tanaka è stato davvero importante per me, e sono riuscita facilmente a fare mia l’opera originale di Takemiya Yuyuko. Forse perché siamo della stessa generazione. Non mi sono dovuta impegnare più del dovuto, né ho sentito la necessità di approfondire qualcosa che non conoscevo o che non possedevo. Mi sentivo davvero bene mentre ci lavoravo. Forse è stata persino la serie che mi ha stressato di meno in assoluto.

Nel 2011 ha lavorato a 5 serie, dicevamo prima. Si è occupata di tanti anime tra i più chiacchierati, ma mi lasci chiederle qualcosa su Hanasaku Iroha questa volta.

P.A. Works è uno studio davvero speciale per me. Il presidente Horikawa mi diceva spesso “Spero che tu possa liberarti presto dei tuoi altri lavori, in un modo o nell’altro”.

-Perché così avrebbe potuto chiederle di lavorare di più per loro?

Esattamente. “Finisci presto, mi raccomando” mi ripete sempre. Questo mi fa molto felice. Non ho un senpai in questo settore o una singola azienda per cui lavoro. Dal momento che ho percorso tutta questa strada da sola, sono felice di figurarmi alleata di qualcuno. In pre-produzione Horikawa mi ordina di prendere diversi provvedimenti, ma in fase di scrittura mi dice sempre di fare come più ritengo opportuno.

-Si è comportato così in tutte le produzioni o solo con Hanasaku Iroha?

Non lo so. Io mi sono semplicemente accorta che con me si comporta così. Più faccio come preferisco e più sembra contento. Per questo ritengo che Hanasaku Iroha sia la serie che più mi assomiglia.

-Perché dice questo?

Ho provato a scavalcare dei dei taboo. Per esempio, di solito negli anime la scrittura fornisce degli indizi o delle piste false su cosa succederà nell’episodio successivo. Ho cercato di eliminare questa struttura. Ho utilizzato alcune specifiche espressioni nel primo episodio per poi ripescarle soltanto nell’episodio finale.

-C’è voluto un po’ di tempo prima che Kouichi iniziasse ad avere un ruolo determinante nelle trama principale. Si tratta di una scelta voluta?

Ci ho pensato un po’ in effetti. In realtà appare molte volte. Nel primo cour è presente in più di metà degli episodi.

-Anche se non è presente nella location principale della storia.

È così. Volevo trattare personaggi del genere. Mi considero parte integrante dei personaggi secondari per via del mio carattere, così spesso proietto me stessa tra di loro proprio come quando ero bambina. Mi sento attratta dai personaggi secondari, dai “non eletti”. Ohana non ha cominciato il suo viaggio per realizzare i propri sogni, ma è “colei che se ne è andata per ottenere qualcosa”. Normalmente negli anime e nelle storie in generale, il protagonista viene scelto da qualcosa e si ritrova in viaggio, ma cosa possiamo dire di coloro che non sono stati scelti? Il luogo abbandonato dal protagonista è forse poco attraente? Questo genere di cose mi incuriosiscono molto. Volevo scriverle.

-Capisco.

La protagonista si ritrova a cominciare un viaggio, ma possiamo sognare indipendentemente dal nostro ruolo nella narrazione. Possiamo dare vita ad eventi indipendentemente da chi siamo. Forse la penso così per via della mia natura da personaggio secondario, ma anche una figura del genere vive i propri eventi. Ho sempre voluto scrivere una serie di questo tipo.

-Ho pensato proprio a questo vedendo la serie. Hanasaku Iroha è una serie che parla della giovinezza, vero?

Uh-uh.

-Per via del suo setting, poteva divenire una storia sulla giovinezza o un racconto di crescita adolescenziale, ma credo che si inserisca in maniera sottile tra i due generi. Nell’ultimo episodio Ohana dice “Sono ancora un germoglio, un germoglio che vuole sbocciare”. Così ho pensato “questa potrebbe essere la storia che precede la sua fioritura”.

(Ride) lo so. Nell’ultimo episodio Ohana afferma anche che “gli eventi possono venire alla luce ovunque, ma desidero che comincino qui, al Kissuisou”. Questa battuta mostra la sua determinazione. Il tema delle serie è il lavoro, così pensai che dovessi quantomeno esprimere una mia riflessione in merito. Se una persona dall’importante ruolo sociale, come ad esempio Sui, esprimesse la sua opinione in merito allora ci suonerebbe come qualcosa di veritiero. Io però non posso esprimere la “verità” che sta attorno a questa tematica, poiché io stessa preoccupo continuamente del mio lavoro. Non volevo che si limitasse a dire “questa è la mia vocazione”. Si può brillare così come si possono creare eventi indipendentemente da dove si vive e dal proprio ruolo. Risiedere a Tokyo o a Kanazawa è indifferente da questo punto di vista. Così le ho fatto dire “si può brillare indipendentemente dal tuo lavoro, però ora voglio fare questo”.

-Sono rimasto profondamente colpito da come la locanda è stata chiusa nell’ultimo episodio. L’ho trovata una scena dal sapore davvero maturo. Se si fosse trattata di una normale storia sulla giovinezza, i personaggi probabilmente si sarebbero scaldati maggiormente ma a fin dei conti l’hanno percepito come un fatto normale.

(Ride)

-Eppure, in quel momento, ho provato un senso di profonda solitudine. Mi sono reso conto che stavo convivendo con i personaggi da oramai sei mesi.

Uh-uh.

-Mi sono accorto di come gli episodi più divertenti presenti attorno a metà serie si siano rivelati fondamentali nella costruzione del dramma, non sono stati affatto inutili.

Eh sì! Mi sono proprio gustata la possibilità di scrivere un anime da due cour. Sono soddisfatta di come i personaggi abbiano reagito alla chiusura della locanda. In quel momento Ohana dice “sei vecchia, non è così?” Non riesce a comprendere quel che i più anziani dicono, ma decide comunque di cooperare con Sui. Quello sviluppo possiede un gran senso secondo me. Il focus si è spostato da cosa fare per la locanda a dove sei riuscita a brillare. O ancora, come sei riuscita a trovare il luogo che ti ha fatto brillare.

-Qual è l’aspetto della scrittura in cui mette più impegno?

Non credo di poter dare una risposta a questa domanda, ma desidero scrivere delle sceneggiature “intoccabili”. Desidero anche trovare un mio personale spazio direttivo, similmente a quello che fanno i registi degli episodi.

-Ricordo che disse di voler disegnare storyboard prima di lavorare a Toradora.

Sono arrivata alla conclusione che forse sono in grado di “dirigere” utilizzando soltanto le sceneggiature, senza storyboard. Ho notato che sto iniziando ad essere capace di descrivere situazioni e sentimenti molto “corporei” utilizzando soltanto le parole dello script. Ora, vorrei riuscire ad ottenere un totale controllo su di esso.

-Effettivamente, fino a pochi anni fa nelle sceneggiature d’animazione erano presenti soltanto alcuni dialoghi essenziali e qualche descrizione. Spesso finché il regista dell’episodio non prendeva in mano la produzione, lo script non si poteva nemmeno dire perfezionato a tal punto da considerarsi finito. Forse però questa mia affermazione è un po’ polemica (ride).

Sì, mi sto divertendo ora (ride).

-Probabilmente, lei vuole soltanto inviare alla produzione sceneggiature complete, simili a quelle ritoccate dai registi degli episodi.

Esattamente. Apprezzo molto come lei l’abbia menzionato. Sono molto contenta di non essere stata io a scatenare la polemica.

-(Ride)

Anche se il contenuto di una sceneggiatura “completa” si equivale in qualche maniera ad un possibile apporto fornito dal regista degli episodi, se si riesce ad andare in profondità durante la fase di scrittura, tutto cambia: si può pensare a come costruire una singola scena, a come distribuire l’impatto delle differenti battute…questo genere di cose mi interessano molto. Potrebbe sembrare un’affermazione da brava bambina, ma vorrei continuare a studiare questo genere di strumenti. Penso di poter realizzare un sacco di storie differenti. Non intendo dire che “posso dare luce a un genere fatto così”, però credo ci siano tante altri apporti che uno sceneggiatore può fornire ad un cartone animato.

Realizzare anime è un lavoro di gruppo. Ognuno porta le sue conoscenze e le sue abilità per dare forma al prodotto finito. Se durante il processo di produzione uno sceneggiatore riesce ad ampliare il suo script, un regista degli episodi può aggiungerci qualcosa. Se ognuno si comporta così, la produzione ne esce decisamente rafforzata. Cosa posso fare? Fino a dove posso spingermi? Faccio continuamente pensieri del genere mentre lavoro. Tutto questo mi diverte (ride).

-A seconda della produzione o del regista, il lavoro dello sceneggiatore cambia, dico bene?

Assolutamente. Ora lavoro con degli staff su cui posso fare assolutamente affidamento, è sicuramente un bell’ambiente. Posso provare a “trasformare” il mio lavoro in “qualcosa di più” proprio grazie a loro.

-In cosa crede di essere abile?

Penso che mi piaccia avere delle limitazioni. Credo di fare un buon lavoro soprattutto quando mi vengono dati dei paletti, poiché cerco in qualche maniera di vederli come un ostacolo da superare. Per esempio, ho scritto moltissime ragazze e spesso mi viene chiesto di “rappresentare i conflitti interiori di una ragazza”. Ma non sono molto sicura di essere brava in questo, proprio per nulla. Scrivendo Anohana, il primo personaggio per il quale ho provato empatia è stato proprio Jintan.

-Le piacerebbe dedicarsi a qualcosa di più adulto? Ha scritto di carne e sangue in Anohana, per non parlare poi di Hanasaku Iroha. Vorrebbe continuare con più fervore per quella strada?

Qualcosa di adulto, eh? Credo sia qualcosa di un po’ diverso da quello che mi viene richiesto ora. Come ho detto prima, sono interessata alle sensazioni più corporee e ai sentimenti, non ancora alla “natura”.

-Il Karma e l’ego sono qualcosa di differente da quel che vuole scrivere.

(Ride) Penso che scriverei in base al mio umore se dovessi occuparmi di qualcosa di adulto. Ora apprezzo molto il lavoro di gruppo, ritengo sbagliato scrivere basandosi sul proprio momentaneo umore. Anche se mi piacerebbe provarci un giorno. Quando ogni tanto mi ritrovo a scrivere scene in cui esprimo me stessa, esse non vengono mai approvate.

-Scene in cui esprime sé stessa?

Quando ritraggo i miei sentimenti, mi dico “sono andata troppo oltre”. Questo non è creare.

-Capisco.

Vivo una costante battaglia con le tecniche narrative che posso utilizzare per aggiungere o togliere crudezza ad una scena. Mi piacerebbe fornire loro spessore, ma magari dovrei renderle più leggere. Non so cosa sia meglio fare. Se faccio esattamente quello che voglio, le mie sceneggiature sarebbero un tantino meno popolari (sorride imbarazzata). Così ho avvicinato Ano Hana alle tematiche adolescenziali. Ero già consapevole dell’abilità di Nagai.

-La crudezza è parte importante del tuo lavoro.

Ricevo molti commenti relativi alla vividezza e al realismo. Non sono necessariamente complimenti però. Anche se è uno svantaggio, non ritengo corretto rigettare completamente il realismo. Penso di trovarmi sulla linea di confine. Sto cercando di capire se la linea si trova nella giusta posizione spostandola un po’ ma, sapendo che cosa si aspettano da me registi e produttori, lo sto facendo tremante e in preda alla paura. Uh! Mi chiedo se si possa parlare davvero di questo in un’intervista.

I produttori e i registi contano sulla tua abilità a quel modo.

Sì, direi di sì. Mi stanno trattando con cura, ma sto cercando io stessa di essere prudente. Se fossi in grado di scrivere piattamente senza preoccuparmi di cosa sia giusto o sbagliato non avrei nemmeno la preoccupazione di cercare di andare d’accordo con tutti ma voglio provare a realizzare tante storie diverse. È un po’ rischioso, dico bene? A questo punto però, non ha senso farsi conquistare dalla paura. Devo andare avanti.

 

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