Vale la pena vedere Penguin Highway al cinema?

Penguin Highway non è certo uno di quei film d’animazione che mi sarei aspettato di vedere doppiati in italiano, al cinema per di più. Non vi è nessun nome su cui fare pressione per attirare lo spettatore mainstream: il regista, il character designer ed i vari storyboarder non hanno mai ottenuto una vera notorietà all’infuori di una strettissima cerchia di appassionati. Anche se si volesse imprimere i nomi di Makoto Ueda e di Tomohiko Morimi sulla locandina, non dubito che sarebbero davvero in pochi riconoscerli come le menti creative dietro alle intricate sceneggiature di “The Tatami Galaxy” e“Night is short, walk con girl”. Questo evidenzia una premessa importantissima che mi accingo ad esplicitare: Anche se avete avuto modo di apprezzare Tatami Galaxy o Uchouten Kazoku, seppure anche siate familiari con i precedenti lavori dello studio Colorido, appena si spegneranno le luci in sala entrerete in un mondo davvero mai visto prima, una dimensione che fino ad oggi si è presentata soltanto come bozza visuale nei precedenti lavori del duo Ishida-Arai ma che mai ha rivelato la propria possibile complessità narrativa. Vale quindi la pena di poggiare i propri piedi oltre i confini di questa dimensione ignota? La mia risposta è un sì, una sentenza affermativa che abbraccia anche i fan meno accaniti dell’animazione giapponese contemporanea, ma occorre senza dubbio prepararsi adeguatamente.

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Tematicamente parlando infatti, il film non si racconterà da solo, non arriverà a delle chiare conclusioni univoche. Sarà chiamato in causa lo spettatore, che dovrà costruire la propria visione attraverso i vari sottotesti che permeano la pellicola da cima a fondo. Ci sarà chiaramente un importante sottotesto legato alla sessualità infantile come è facile intuire ma anche uno legato al metodo scientifico e al linguaggio logico nonché un’importante citazione letteraria. A proposito di quest’ultima, di certo non di vitale a fini interpretativi ma che potrebbe sicuramente espandere la vostra visione di Penguin Highway, vi consiglio la lettura della poesia Jabberwocky di Lewis Carroll e qualcuna delle sue analisi più popolari.

Per potenziare tali sottotesti i personaggi spesso si allontano dal sentiero delle figure a tutto tondo, diventando così elementi metaforici di un paesaggio ben più ampio. Nonostante questo sono rimasto piacevolmente colpito dalla cura di certi dettagli caratteriali del protagonista, Aoyama. Egli rientra sicuramente all’interno di uno stereotipo inizialmente non troppo interessante ma in molte situazioni, soprattutto quelle più triviali e slegate dalle tematiche principali del film, i suoi comportamenti non eccedono verso risposte esagerate che potrebbero cozzare con l’atmosfera di realismo magico che permea buona parte del film. L’unica nota negativa riguardo a questo è che il doppiaggio italiano non è riuscito a fornire al protagonista una simile caratterizzazione anche da un punto di vista vocale: Aoyama risulta purtroppo eccessivamente legato ad un unico tono vocale che spesso non si addice a tutte le situazioni, specialmente a quelle in cui lo la sceneggiatura gli fornisce più tridimensionalità.

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L’atmosfera pregna di realismo magico a cui accennavo poco fa è stata indubbiamente supportata da una direzione artistica ibrida che passa da un alto livello di dettaglio ad un certo minimalismo cromatico ma che riesce sempre a combinare agilmente i colori degli sfondi con quelli dei personaggi e con un composting decisamente fresco e mai troppo pervasivo. Questa scelta, decisamente atipica, troverà un proprio senso nel corso del film e ben si legherà alle tecniche narrative utilizzate nel finale. Non è un prodotto finito senza difetti da questo punto di vista però: il grande numero di studi dedicati a fondali che si sono occupati del film ha decisamente provocato delle inconsistenze tecniche qua e là, soprattutto per quanto riguarda la colorazione degli alberi e le texture, che a volte hanno finito col supportare una certa sequenza quasi che fossero delle cartoline di Osamu Dezaki, per quanto riguarda gli sfondi realizzati dallo studio Pablo, ma che spesso sembravano semplicemente venute fuori da un anime televisivo sopra la media.

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Gli sfondi non sono l’unico elemento a presentare spesso problemi evidenti: per quanto vi siano sicuramente almeno 3 o 4 sequenze davvero degne di lode se non addirittura di uno studio approfondito, tra cui la meravigliosa scena onirica realizzata da Kiyotaka Oshiyama che tanto ha colpito gli spettatori giapponesi, il livello medio delle animazioni non supera poi di tanto quello di un episodio ben pianificato proveniente da un anime televisivo. Per quanto il design di creature e personaggi sia basato sulla semplicità delle forme e su un basso numero di linee, la pellicola manca soprattutto di sequenze in cui il corpo dei personaggi si fa veicolo delle loro emozioni, per amplificare la portata delle loro parole o per veicolare dei significati semplicemente utilizzando la forza dei disegni. Non intendo affatto dire che i personaggi rimangano continuamente fermi, ma difficilmente i loro movimenti riescono davvero a divenire uno strumento narrativo vero e proprio. Questo non è un difetto da poco all’interno di un film in cui la mera fascinazione fisica del protagonista per la sua “oneesan” rappresenta uno dei fondamentali punti di partenza per il suo sviluppo narrativo e tematico. Leggendo i titoli di coda del film ho notato la presenza di un numero davvero altissimo di studi dedicati all’outsourcing delle animazioni, una possibile motivazione non certo sorprendente per questa pecca. A onor del vero l’opera presenta comunque un gran numero disegni realizzati con cura certosina degna della miglior Kyoto Animation ma spesso e volentieri rappresentano dettagli non animati presenti in cut singoli.

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Uno dei grandi punti di forza del film sono sicuramente i layout delle diverse scene, ricchi di pose ben studiate ma sempre attenti dare una sensazione di leggerezza evitando di costruire composizioni troppo ricche ed artificiose. In molti casi tali layout sono riusciti davvero a rendere piacevolmente interessanti sequenze altrimenti povere per via della staticità dei personaggi o per via della recitazione (animata) senz’anima degli stessi. Davvero interessante è il design degli interni, degli oggetti e dei soprammobili, elementi ricchi di personalità che riescono davvero ad arricchire le conversazioni ed i monologhi principali del film. Anche lo storyboard, ricco nei primi minuti di sequenze panoramiche atipiche ed ambiziose, risulta decisamente adatto al comparto narrativo del film. Vi è un forte uso simbolico dei colori, inquadrature ed un timing standard nelle situazioni che fungono da intermezzo che si contrappongono ad un montaggio più vivace e sperimentale nelle scene più ricche di misteri e nel climax. Sicuramente, se avete avuto modo di vedere i precedenti lavori del duo, noterete delle importanti somiglianze tra il momento culminante di questo film e quelli dei loro precedenti corti animati, che non a caso precedentemente avevo definito come una “bozza visuale” di Penguin Highway.

In conclusione, ci troviamo sicuramente di fronte ad un film ben riuscito, ricco difetti di natura prettamente produttiva che però non riescono a scalfire il nocciolo narrativo dell’opera. Non è chiaramente un’opera dedicata ai sakuga fan, contrariamente a come alcuni presagivano all’uscita dei primi teaser, ma non è nemmeno una pellicola che non riesce a fare uso dei suoi elementi visivi per creare un’esperienza davvero unica nel suo genere in grado di divertire e far riflettere sia l’informato fan dell’animazione contemporanea che lo spettatore medio degli” Anime al Cinema”.  Per quanto quest’ultimo possa rimanere un po’ perplesso all’inizio o addirittura scontento una volta concluso il film, Penguin Highway è un film facilmente accessibile su più livelli se visto con occhi attenti e con voglia di esplorare le sue immagini. I fan di vecchia data dello studio, invece, possono stare tranquilli: ci troviamo davanti ad una storia Colorido al 100%, in cui tutti i deliziosi elementi precedentemente introdotti dall’azienda nei corti animati e nelle pubblicità sono stati ripresi e molto spesso implementati a dovere. Penguin Highway non è affatto la fine della piccola impresa per come la conoscevamo, è soltanto un passo avanti portato avanti con energia ma al contempo fatica verso racconti più articolati ed un mercato più ampio.

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In passato tradussi una vecchia intervista del charcter designer Yoijiro Arai, che trovate qui.

Qui invece trovate un coupon per ottenere uno sconto sul prezzo del biglietto.

 

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