Vale la pena vedere Never Ending Man – Hayao Miyazaki al cinema?

Il 14 novembre, la data unica per Never Ending Man-Hayao Miyazaki, è oramai alle porte. In questo particolare episodio di “Vale la pena vederlo al cinema?” però risulta alquanto difficile dare una risposta che possa soddisfare la maggior parte dei lettori, dare un semplice sì o un semplice no, poiché certamente molti di voi saranno emozionalmente legati ai lavori di Miyazaki, alla figura del regista, e indipendentemente dalla natura del documentario andranno sicuramente a vederlo. Altri invece non sono particolarmente interessati al regista ma ai retroscena degli studi d’animazione ed altri ancora andranno a vederlo solo dopo essersi accertati della presenza di informazioni inedite di una certa qualità. Per questa ragione ho deciso di raccontarvi uno per uno gli aspetti più importanti trattati dall’opera per darvi la possibilità di valutare da voi se è il caso di vedere questo documentario NHK o meno. Ogni diversa tipologia di appassionato avrà sicuramente le sue buone ragioni per vederlo o per non vederlo, dal momento che fin da subito vi dico che si tratta di un reportage non particolarmente brillante ma nemmeno completamente inutile.

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Il film si pone come un ideale sequel de “Il regno dei sogni e della follia” tantoché si apre proprio nel momento in cui il documentario della Kadokawa Dwango si chiude, con uno studio privo di animatori e dalle scrivanie vuote. Si cerca quindi di creare un ponte con l’altro importante progetto biografico dedicato a Hayao Miyazaki ma questa connessione non riesce in pieno, soprattutto per grandi differenze narrative che allontano le pellicole: se la prima opera inquadra il leggendario regista all’interno del contesto creativo e produttivo dello studio, questo secondo prodotto si focalizza sugli aspetti più “stereotipati e conosciuti del regista dando un sacco di spazio al suo borbottare senile e a quelle stranezze del suo carattere che tanto lo rendono un personaggio popolare tra i fan dell’animazione giapponese. Si evita totalmente quindi di cercare di sviluppare  un’immagine inedita di Miya-san. Il documentario ha infatti un valore alquanto celebrativo piuttosto che davvero informativo, come molte altre produzioni dell’NHK dedicate all’animazione del resto, ma da esso possiamo apprendere molti dettagli sulla produzione di “Boro the Caterpillar” grazie soprattutto alle informazioni di natura visiva.

Non lo definirei infatti un making of vero e proprio del corto in computer grafica per mancanza di dettagli sui processi produttivi e sulle sfide che lo staff si è trovato ad affrontare, nonché per la mancanza vera e propria di un commento audio competente. Ci si limita semplicemente a mostrare qualche filmato ambientate durante le diverse fasi della produzione del cartone animato, senza particolari riflessioni e registrando giudizi molto generici che il regista fa sul lavoro degli animatori. Nella seconda parte del documentario emerge però uno spezzone particolarmente interessante tratto dal meeting fra il presidente di Kadokawa Dwango Nobuo Kawakami e lo staff di Boro, a cui la stampa a suo tempo fornì tanto spazio per via del giudizio estremamente negativo di Miyazaki sulle animazioni in computer grafica autogenerate dalle intelligenze artificiali presentate dall’azienda di Kawakami per quell’occasione. In questo documentario sarà possibile comprendere un po’ meglio il contesto dal quale nasce la pesante affermazione del regista. Sono inoltre presenti alcuni momenti in cui dall’autocelebrazione si sfocia quasi in un feticismo a mio avviso eccessivo, tra i tanti quello in cui lo spettatore sarà partecipe dei problemi fisici dell’oramai anziano Miyazaki in maniera forse troppo intima. Le location mostrate sono essenzialmente le stesse del vecchio “il regno dei sogni e della follia”, senza nessuna aggiunta di valore. In definitiva il documentario, più che provare ad essere una testimonianza della produzione di Boro o un serio tentativo di tracciare una biografia riguardo questi ultimi anni di vita del grande maestro, finisce con mostrare un quadro piuttosto pittoresco sulla figura di Hayao Miyazaki, basato soprattutto su quanto gli spettatori vorrebbero sentirsi dire in merito a questa figura di culto invece che su quanto ci sarebbe da dire sul processo che ha portato ad un suo prorompente della 3DG in Boro the Caterpillar  e sulla scelta di realizzare un ultimo film  per il cinema. Basti pensare alla quasi totale assenza di domande “tecniche” poste al regista e alla mancanza di spazi dedicati al mostrare le potenzialità della computer grafica dal punto di vista di Miyazaki. Questo però non significa che le questioni aperte dal documentario e mai chiarite fino in fondo non siano possibili spunti per riflettere e informarsi sulla computer grafica all’interno dell’animazione cinematografica giapponese.  Nonostante le sue limitazioni infatti questo rimane l’unico film documentario in edizione italiana, forse insieme ai contenuti speciali del DVD di Kakurenbo che occupa decine dei suoi minuti alla questione giapponese della CG. Inoltre i 10 minuti aggiunti rispetto all’edizione originale mi fanno ben sperare in qualche clip esclusiva sugli ultimi sviluppi del corto animato e magari del feature film.

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