Vale la pena vedere “In questo angolo di mondo” al cinema?

Il 19 settembre si avvicina e consigliare o sconsigliare genericamente “In questo angolo di mondo” è un’impresa quasi ardua per me. Per quanto vedere questo film al Future Film Festival di Bologna mi sia piaciuto davvero moltissimo al  e la pellicola abbia ricevuto un ottimo responso da parte della critica, basti pensare che ha vinto la stragrande maggioranza dei festival a cui ha partecipato, non è certamente un film per tutti. O meglio, non è un film in grado di colpire tutti, soprattutto se lo mettiamo in contrapposizione a titoli come Koe no Katachi o Your Name. Questo perché il regista Sunao Katabuchi ci racconta la storia di Suzu Urano, la protagonista, soprattutto attraverso un continuo rivangare sugli aspetti della sua persona che rendono l’eroina non soltanto una fragile vittima in tempo di guerra ma una persona debole in generale, in grado di ripetere continuamente gli stessi goffi errori. Ma l’umiliazione derivata dal commettere errori è sempre sopportabile se abbiamo qualcosa in grado di calmarci, una passione in grado allontanare da una realtà a volte troppo dura. Ed è in questo contesto che Katabuchi prende il coraggio a due mani e decide di porsi, con l’aiuto del manga originale, una spinosa questione: cosa rimane di noi esseri umani quando anche quella passione, anche quel modo di estraniarsi dalle crudeltà della vita, finisce col non essere più replicabile? La risposta del film, per quanto possa essere un po’ prevedibile conoscendo molte altre storia ambientate durante la guerra, viene sicuramente dal cuore del regista, il quale ha vissuto in povertà gli anni di produzione del film. Insomma, la pellicola non è soltanto un clone di Gen di Hiroshima(con cui condivide uno dei producer), ma un vero e proprio tributo ai a coloro che sopravvivono nonostante le mille difficoltà e le loro disabilità personali conservano ancora un po’ di candore nel cuore.  All’interno di Kono Sekai no Katasumi ni non troverete soltanto però una sceneggiatura in grado di toccare le più profonde corde dell’anima di alcuni di voi ma anche alcune scene magistralmente realizzate, in grado di sperimentare forme di storybording ancora difficilmente prese in considerazione dall’animazione giapponese.  In questo senso il film risulta anche una profonda testimonianza della maturazione artistica di un regista che, in origine fortemente influenzato dallo stile Ghibli, è riuscito a trovare una sua propria voce. Una particolarissima voce, in netta contrapposizione con la tendenza della theatrical animation giapponese degli ultimi anni nell’utilizzare la sofferenza solo come uno strumento estetico per muovere gli spettatori, spesso coronamento di film che cercano di essere prima di tutto visualmente piacevoli agli occhi dei più. La sofferenza di Suzu non è soltanto un modo per farci commuovere, è un modo per raccontare le parti di noi stessi che meno ci piacciono. Quelle di cui ci vergogniamo, quelle che vorremo che mai nessuno vedesse mai. Una character animation senza infamia né lode e dei background dalla funzione spesso puramente descrittiva, forse vere debolezze del film realizzato tramite crowdfunding, finiscono per penalizzare molto il film agli occhi dello spettatore medio, soprattutto quando lo mettiamo a paragone con i titoli sopracitati.

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In definitiva vale la pena vedere “In questo angolo di mondo”? Se siete in grado di sopportare un film che sotto alcuni aspetti tecnici sembra essere realizzato ai livelli di un anime televisivo e che evitando di empatizzare con la protagonista potrebbe risultare in parte insipido o irrealistico allora ve lo consiglio fortemente. L’unica cosa che mi permetto di suggerire è quella di cercare di prepararsi emozionalmente al film prima dell’entrata in sala. Siate certi che se vi state sedendo sulle poltroncine del cinema per svagarvi un po’avete totalmente sbagliato anime.

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