Strutture originali: Yokohama kaidashi kikō(OAV 1)

Uno degli aspetti da cui amo farmi coinvolgere mentre guardo un anime è senza dubbio la struttura degli episodi, un tassello fondamentale della regia generale. Opening ed Ending sono sempre presenti? Con che tipo di inquadrature si concludono gli episodi? Sono presenti delle insert song? In caso di trasposizioni, i ritmi narrativi del materiale originale cercando di essere in qualche modo mantenuti? Come vengono adattate le didascalie?

Queste sono alcune delle domande che mi pongo e, più in concreto, sono tutte questioni che lo storyboarder( Ekonte, 絵コンテ nei crediti) deve affrontare. Egli è in un certo senso il vero Signore dell’episodio. Se il suo stile è apprezzato dal regista e compreso dagli altri membri dello staff, noi spettatori finiamo col poter ammirare qualcosa di molto simile all’immaginazione di questa figura. È lui ad inserire le OST all’interno di un episodio, a decidere se eliminare una canzone, a dare indicazioni all’Art Director e agli Animation Director. Solitamente chi lavora agli ekonte è limitato dallo staff a disposizione, dalla schedule e dal budget ma il progetto di cui voglio parlarvi oggi non presenta nessuna di queste problematiche. Inoltre regista e storyboarder coincidono in un unico individuo, così da eliminare ogni possibile errore di paternità riguardo alle scelte stilistiche. In questo articolo vi presenterò alcuni degli originali elementi registici che più ho amato all’interno di questo cartone animato.

YKK è diretto da Takashi Anno, già allora importante veterano del settore e secondo alcuni uno dei più importanti registi dell’era Showa. Quel che è certo è che egli sia riuscito a sopravvivere ad innumerevoli trasposizioni dalla lunga durata, tra le più importanti citiamo Maison Ikkoku, Kimagure Orange Road e Magical Star Magical Emi.

Yokohama, al contrario, è stato realizzato nell’ormai in declino formato OAV, da un regista che non avrebbe più diretto lavori importanti e guardacaso uno dei temi principali è proprio quello della “dolce apocalisse” che non promette nessun futuro. L’unica cosa che si può fare è rasserenare il proprio animo e vivere il presente.

L’anime si apre un una Opening che si focalizza proprio sul presente: animazione introduttiva, titolo e subito si parte col raccontare la vita quotidiana della protagonista attraverso brevi cut ed i suoi attuali pensieri attraverso un monologo interiore che ci guida all’interno dei presupposti della storia, un po’ come una sinossi. La Ending che chiude l’episodio funziona allo stesso maniera, anche se le situazioni rappresentate sono certamente più intime ed il monologo della nostra robottina si fa quasi filosofico. Dal profondo del cuore vi dico che non sono mai incappato in un modo così così sobrio e funzionale di aprire e chiudere una puntata. Davvero unico nel suo genere.

Ci vengono poi presentate alcune inquadrature introduttive che verranno riusate successivamente in massa attraverso una tecnica davvero unica nel suo genere per il numero di volte che questi cut d’intermezzo verranno riproposti. Mi hanno ricordato molto quel tipo di sensazione che si prova quando si va in vacanza, in una abitazione mai vista prima: iniziando a prendere confidenza con l’ambiente, fissiamo dei punti di riferimento in oggetti dai generi più disparati e dopo esserci passati vicino una decina di volte ci sembrano oramai parte della quotidianità. Un po’ come se stessimo andando a fare vista al Cafè come dei turisti, non conosceremo a fondo Alpha, protagonista e nostra guida, ma arriveremo certamente a condividere con lei dei momenti indimenticabili, come nelle migliori vacanze. Un’altra motivazione molto valida per queste continue inquadrature è il ruolo che gioca la l’arte della fotografia all’interno dell’anime e curare così tanto i soggetti scelti finisce col diventare un grandioso tributo ad uno dei progenitori dell’animazione e riesce a mostrare chiaramente quali sono le vere potenzialità di uno storyboard che segue le armoniose regole della fotografia.

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Arriviamo poi ad un insieme di riprese davvero interessanti: Kokone, l’androide dai capelli rosa, finisce col venire ritratta continuamente attraverso campi lunghi durante il suo tragitto a piedi che la porta a casa di Alpha. Tutto questo nella vita reale sarebbe piuttosto faticoso e questa fatica si tradurrebbe bene in noia all’interno di un prodotto cinematografico. Tuttavia, grazie alla cura della palette di colori, all’attenzione posta sui diversi particolari in ogni inquadratura e al sound design questa scena dalla durata di qualche minuto passa piacevolmente. Dal momento che anche Kokone finisce col godersi la passeggiata, forse quello che ci viene trasmesso in questi cut sono proprio i suoi sentimenti e le sue sensazioni ma dalla nostra prospettiva, un po’ come se stessimo empatizzando con lei  anche se non la conosciamo ancora.

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Un altro aspetto che mi ha colpito molto è come il layout della sequenza in cui Kokone spiega come utilizzare la macchina fotografica sia estremamente semplice rispetto a quello delle scene che la precedono e che la seguono, come a ridurre il numero delle informazioni non necessarie al fine di trasmettere meglio il senso di concentrazione della scena. Per Alpha anche questa è una piccola prova, forse l’unico momento di tensione in tutto l’OAV.

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A metà episodio, concluso il capitolo da trasporre, ci vengono presentate a grande velocità le fotografie scattate da Alpha tra una animazione continuamente ripetuta di un’onda che si infrange sulla spiaggia e di alcune bolle, insieme ad alcune illustrazioni dalla composizione visuale molto simile. Il ritmo di questa sequenza, così scattante, ricorda la velocità con cui le prime fotocamere digitali passavano dal registrare la foto nella memoria interna al ritornare operative.  Tutto questo con una piacevole canzone in sottofondo, similmente a quanto fatto in End of Evangelion con Thanatos: if I can’t be yours.

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Nella seconda parte dell’episodio Alpha riesce a realizzare soltanto una foto, quella che ritrae il suo scooter. Mi è sembrato molto interessante notare come, nonostante sia un oggetto stato, il mezzo di trasporto dell’eroina sia stato dipinto usando un cel(o rodovetro) e non sia stato inserito direttamente nel background, in modo da rendere la tonalità del suo colore molto vicine a quella della protagonista, che come tutti i personaggi è sempre dipinta sull’acetato. La nostra ragazza robot riesce a ritrarre senza nemmeno pensarci la sua compagna di viaggi proprio perché ha un rapporto affettivo con essa, è sua. Al contrario i pali della luce che emergono dal mare sono per lei qualcosa che fa parte del suo paesaggio e che, paradossalmente, sempre ci sono stati e sempre ci saranno. Non sono degni di nota a suo avviso ma rappresentano per noi spettatori qualcosa che dobbiamo ricordare, distaccandoci così dalle emozioni dell’androide per la prima e ultima volta nell’episodio. Per questo il litorale è dipinto lasciando molto spazio a poche tinte dominanti per inquadratura, come si addice alla direzione artistica dei momenti più coinvolgenti in assenza di grandi fonti di luce.

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Un’ultima cosa fighissima sono state le didascalie in sovraimpressione indicanti i giorni dell’anno in cui l’episodio è ambientato. Ottimo modo per  ricordare l’esistenza della catastrofe che ha rovesciato il mondo di YKK senza però rovinare l’atmosfera generale del cartone, troppo pacifica e tranquilla qualsiasi altra modalità di storytelling.

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